martedì 27 dicembre 2011

Derrick Rose: la storia del ragazzo di città

da Rivista Ufficiale NBA - Dicembre 2011

DERRICK ROSE ARRIVA NELLA NBA NEL 2008.
CI ARRIVA COME PRIMA SCELTA ASSOLUTA,
AL DRAFT DI QUEL GIORNO, PER I CHICAGO BULLS.
GIÀ, I CHICAGO BULLS.
NON UNA SQUADRA COME UN'ALTRA.
PER DUE MOTIVI.
PER QUELLA STATUA FUORI DALLO UNITED CENTER
(“THE BEST THERE EVER WAS.
THE BEST THERE EVER WILL BE”).


E per quei record collezionati nei decenni pre- e post- l'uomo della statua.
I numeri parlano chiaro.
Il periodo post-Jordan, pre-Rose dura esattamente un decennio, dalla stagione 1998-99 a quella 2007-08. Il bilancio parla chiaro: 289 vittorie Bulls, a fronte di 499 vittorie degli avversari (36.7%).
Di tutt'altro verso il decennio precedente, nel più crudele (e naturale) dei paragoni.
Inizia con l'annata 1988-89, termina con quella 1997-98. Porta in dote - lo dice la storia - la bellezza di 6 titoli NBA e la singola stagione più vincente nella storia NBA, ma qui interessano le cifre. Fanno 592 vittorie contro 228 sconfitte (72.2%). Numeri ancora più incredibili se si escludono i due anni del sabbatico nel baseball del n°23 (Jordan giocò solo 17 partite - 13 vinte - nella stagione 1994-95, saltando completamente la precedente). I successi sono 490, le sconfitte 166 (74.7%).
Ecco perché, data astrale 2007, erano in pochi i giocatori disposti a prender casa nella Città del Vento per risuscitare dal nulla una piazza importante come Chicago, misurarsi con un passato ingombrante e accettare il continuo, inevitabile paragone con “the G.O.A.T.”, the Greatest Of All Time, Michael Jordan.
Solo che Derrick Rose non ha scelto di “andare” a Chicago.
Lui è di Chicago.
Anzi, come meglio ancora ha detto il suo compagno ai Bulls Joakim Noah, “Derrick è Chicago”.
Englewood, per l'esattezza, che di Chicago è solo una zona. La peggiore.
Parlano ancora i numeri. Fanno tra i 3.500 e i 4.000 crimini violenti all'anno, tra i 30 e i 50 omicidi.
Quello di Benji Wilson, ad esempio. Era il 1984, lui era il miglior giocatore liceale d'America (come Rose), era la stella di Simone Rice HS (come Rose) e indossava il n°25 (come Rose).
Oppure come quello di Maurice Davis. Era cresciuto nella stesse strade dove poi è cresciuto il n°1 dei Bulls, ne aveva messi 38 l'ultima volta che aveva indossato la sua maglia n°34 di Englewood High e sognava due cose: diventare un McDonald's All-Star e imitare l'eroe cittadino, Michael Jordan. Si è ritrovato 5 pallottole in corpo a 18 anni, pochi giorni prima del Natale 2002. Con la divisa di McDonald's All-Star lo hanno sepolto. E nella bara ha trovato posto anche una foto di MJ.
Ora, perché raccontare tutto questo?
Perché Chicago e Englewood sono le due principali ragioni per pensare che Derrick Rose sia il prossimo Re, quello destinato a ereditare la corona dal teutonico di Würzburg. Poi, sia chiaro, ce ne sono anche per pensare che sia meglio guardare altrove - e Phil Jackson (che sembra aver indossato in fretta e volentieri i panni del vecchio saggio un po' folle con licenza di dire più o meno quello che vuole, dal suo ranch del Montana) li ha elencati uno a uno. Punto primo: Rose bene, Rose benissimo, ma se non si inseriscono pezzi complementari al n°1 (di nome e di fatto) di casa Bulls difficile pensare di poter bissare l'annata o fare addirittura meglio. Punto secondo: quei pezzi hanno un nome, tiratori. Punto terzo: Carlos Boozer deve iniziare a fare il Carlos Boozer (leggi contributo in post da All-Star).
Tutto vero, tutto giustissimo, ma - come direbbe un altro coach campione, quello che sollevava il Larry O'Brien a metà anni Novanta, proprio nell'interregno Jackson - “never under estimate the heart of a champion”. E si torna a Rose, si torna a Chicago, si torna a Englewood.
Perché Rose ha una carta in più, rispetto a LeBron, rispetto a KD, rispetto a Kobe. Carta tanto affascinante quanto pericolosa. Profeta in patria, dicono. LeBron ci ha provato per 7 anni, poi si è infilato un paio di infradito e ha scelto il sole di SoBe. KD è uomo della capitale, che ha amato Seattle e che ora si ritrova a Oklahoma City. Kobe può sì essere considerato losangelino di adozione (15 stagioni di NBA, tutte in oro&porpora), ma i legami di sangue sono un altra cosa e i suoi portano perfino nella lontana Italia, passando da Philly. Tutta un'altra cosa, invece, vivere, respirare, assorbire fin dall'infanzia il ritmo e l'identità di una città, dalla culla alla tomba, e farli propri. La storia del ragazzo di città che riporta il titolo a casa - il primo dopo l'epopea Jordan - se non ti schiaccia ti dà, necessariamente una marcia in più. E Rose sembra saperla sfruttare al massimo.
Poi c'è Englewood, che da Chicago è un'altra cosa ancora. Senza i soliti stereotipi del ghetto e della rivincita sulla vita, non servono neppure. Bastava vederlo sulla cover story di ESPN The Magazine, nel numero disgraziatamente ribattezzato “Style Issue”. Il ruolo del dandy da copertina proprio non riusciva a recitarlo. “Qual era il tuo stile, da ragazzino?” la domanda tipo. “Stile?”, la sua replica, quasi sorpresa. “Io mi mettevo i vestiti che mi passavano i miei fratelli, quando a loro non andavano più bene”. No. Shit. Basta starlo a sentire quando anche a lui - un divo del muto per predisposizione caratteriale - viene chiesto un'opinione sul lockout: “Non credo sia necessario. Non vedo una ragione perché dei miliardari e dei milionari debbano litigare sui soldi. Ci sono molte altri temi, nel mondo, su cui litigare e dividersi, ma i soldi non dovrebbero essere un problema”. Eccolo, Derrick Rose. Eccolo, l'imprinting di Englewood. No nonsense, dicono negli Stati Uniti. Questo è uno che la testa non se l'è montata e sembra non aver alcuna intenzione di farlo. Questo è uno che al lavoro ci crede. Proprio come coach Thibodeau, in quello che sembra proprio un matrimonio perfetto. Ci si scambia gli anelli sull'altare, no? Thibodeau ha quello vinto a Boston, D-Rose le dita ancora libere...


La stagione meglio non poteva cominciare per D-Rose&Compagni.
Lakers battuti a domicilio con una prodezza del ragazzo da Englewood!

Nessun commento:

Posta un commento