giovedì 17 novembre 2011

Dennis Rodman entra nella Hall of Fame

da Rivista Ufficiale NBA - Ottobre 2011

HA LOTTATO COL MICROFONO PER 12 MINUTI*
UN CORPO A CORPO CHE NEPPURE QUELLI
CONTRO KARL MALONE IN FINALE NBA.
LACRIME. SINGHIOZZI. PAUSE. ANCORA LACRIME.
TUTTO PER FAR SAPERE ALLA PLATEA DELLA
HALL OF FAME E AL MONDO INTERO CHE IL NUOVO (?)
DENNIS RODMAN VUOLE ESSERE “UN BUON PADRE”.
UN CONSIGLIO: EVITARE DI GUARDARE IN CASA
ALLA RICERCA DELL'ISPIRAZIONE.
IL SUO, DI PADRE, SE NE È ANDATO QUANDO AVEVA
5 ANNI, CON UN'ALTRA DONNA. POI È FINITO IN GALERA.
È STATO ALLONTANATO DALL'ESERCITO USA,
PER VARI FURTI. HA TROVATO RIFUGIO NELLE FILIPPINE,
DOVE HA DUE MOGLI (SI È CONVERTITO ALL'ISLAM...),
UN BAR (THE FULL HOUSE) E “47 FIGLI”, HA FATTO SAPERE
“IL VERME” DAL PALCO DELLA HALL OF FAME
(VIA TWITTER, DALLE FILIPPINE, È ARRIVATA PURE
LA PUNTUALIZZAZIONE: “SONO SOLO 29”...).


Philander (il curioso nome) a sua volta dà la colpa al suo, di vecchio, reo di aver abbandonato la famiglia a Memphis per andare a cercare lavoro altrove. E così via, risalendo nell'albero genealogico di famiglia. È dai rami di questo albero che nasce Dennis Rodman, uno che - come ha ricordato nel suo discorso di Springfield - avrebbe potuto facilmente essere morto, in giro a spacciare droga o senza casa (anzi, “homeless lo sono stato”, ha voluto precisare). Invece, e questo è il bello, ha appena fatto il suo trionfale ingresso nella Hall of Fame del basket, consacrandosi così tra le leggende immortali del nostro sport. Con pieno merito. Basta dare un occhio alla bacheca di casa Rodman, per capirlo. Forse è superfluo, ma ripassare la lezione non guasta mai. Fanno 5 titoli NBA, due con Detroit e tre con Chicago, 2 titoli di Miglior Difensore NBA, perfino 2 convocazioni all'All-Star Game (nonostante una media punti in cariera di poco oltre i 7 punti a sera...), 7 inclusioni nel Primo Quintetto Difensivo NBA ma, soprattutto, altrettante corone di miglior rimbalzista del pianeta, vinte consecutivamente dal 1992 al 1998. Per dire: Moses Malone si è fermato a quota 5 in fila, Kevin Garnett e un certo Wilt Chamberlain a 4, Dwight Howard non è andato oltre le 3. Per 7 anni consecutivi, invece, a rimbalzo nella NBA non c'è stata storia: la palla finiva nelle mani di quello pieno di piercing e tatuaggi, coi capelli colorati e le gambe divaricate.
Dennis Rodman entra nella NBA dalla più classica delle porte di servizio, scelto da Detroit al secondo giro (n°27 assoluta) al Draft del 1986. Le prime due stagioni - udite, udite! - segna addirittura più punti di quanti rimbalzi cattura. Non succederà mai più in carriera. Perché la mutazione è iniziata. È vero, ancora al termine del terzo anno guida tutta la NBA per percentuale al tiro (59.5%) ma il dato non racconta certo di un grande attaccante/tiratore, quanto di un giocatore che vive attorno al ferro. Nonostante i centimetri siano duecento, non uno di più. E nonostante l'armatura sia di un centinaio di chili, mica da peso massimo NBA. Le sue caratteristiche, però, si dimostrano in fretta ideali per quello strano mix chiamato “Bad Boys” che a Detroit manda in campo due fuoriclasse (Isiah Thomas e Joe Dumars) e una banda di feroci guardie del corpo a proteggerle. La formula funziona. Alla fine di quel 1989 arriva il primo titolo NBA e per il bis basta aspettare l'annata seguente. Poi parte l'era Jordan, e un vecchio detto valido anche nella NBA dice “if you can beat them, join them” (se non puoi batterli, unisciti a loro). Prima di vederlo in maglia Bulls, però, si deve completare la mutazione. Decisiva è una notte del febbraio 1993, passata sul suo pick up fuori dal Palace di Auburn Hills in compagnia solo di un fucile, con idee suicide. Il grilletto lo preme per davvero, ma solo per uccidere metaforicamente il suo “vecchio” sè ed essere così libero di reinventarsi. Si manifestano i primi segni esteriori, che siano l'inchiostro sulla pelle, il metallo dei piercing o la tinta dei capelli. Per voltar pagina del tutto Rodman lascia Detroit e arriva a San Antonio, dove porta Madonna a bordocampo (e a letto!) e Gregg Popovich (allora GM) sull'orlo di una crisi di nervi. Due anni dopo finisce alla corte di Jordan e Pippen (che dal palco di Springfield ha definito “il duo più forte mai apparso su un campo da basket”): in oroscopo ci sono altri 3 titoli NBA sul parquet ma soprattutto una popolarità che lo rende un mito pop capace di rivaleggiare con il divino MJ. Perché Rodman ha avuto il suo reality show 15 anni prima di Lamar Odom (si chiamava “The Rodman World Tour”. Se non lo avete visto... fa niente). È andato a Hollywood con Jean Claude Van Damme (come prima: se non lo avete visto...). È finito pure il libreria, con due titoli perfetti per raccontare la sua storia (“Bad As I Wanna Be” e “Walk on the Wild Side”): magari per il secondo valgono le parentesi di cui sopra, ma il primo invece è un racconto sincero, onesto, a tratti disarmante e a tratti divertente. Poi si è denudato (per la causa animalista) e si è rivestito, in pizzo bianco, velo e strascico (per quella meravigliosa trovata del matrimonio con se stesso) o con boa di struzzo e giacca di pitone. Ah, il matrimonio: ci sono stati quelli seri (due: uno finito male, l'altro che resiste - e la signora era in platea a Springfield), quelli per farsi una risata (il pizzo bianco di cui sopra) e quelli per farsi passare una sbronza (Carmen Electra, sexy baywatch, sposata una sera con l'etilometro alle stelle, rinnegata la mattina dopo). Nel mentre - e se avete presente quanto sforzo richiede una stagione NBA di 80 partite, spesso 100 partite la cosa è irreale - Dennis Rodman è sempre stato (anche) il corpo più in forma della NBA, un corpo capace di sopportare una vita non certo ascetica con una dedizione al lavoro evidentemente impressionante, spesso dimenticata nella valutazione del giocatore e del professionista. Per questo, e per molto altro ancora, oggi è - meritatamente - nella Hall of Fame, premio a una carriera in cui ha vinto, ha divertito, ha recitato da protagonista e ha rivoluzionato (a modo suo, ovviamente) il modo di giocare a basket, facendo di un singolo gesto la sua autentica ragione d'essere.
Come dimostrano gli 11.954 rimbalzi catturati.


GLI ALTRI RODMAN. OLTRE DETROIT E BULLS
Sette stagioni in maglia Pistons (e 2 titoli NBA), altre tre (tutte impreziosite dall'anello) con i Bulls di MJ e soci. Ma c'è dell'altro nella carriera di Dennis Rodman. Ecco cosa.
S.A. SPURS 1993-94 e 1994-95 (128 partite)
Prima di Duncan, è lui il “partner-in-crime” di David Robinson nella frontline nero-argento. Viaggia oltre i 17 rimbalzi a sera nei due anni, ma gli Spurs si fermano alla finale di conference contro i Rockets.
L.A. LAKERS 1998-99 (23)
Gioca metà stagione nell'anno del lockout (da fine febbraio fino al termine), nei Lakers di Kobe, Shaq e Glen Rice. L.A. vince le prime 11 con lui a roster, poi le cose peggiorano e viene tagliato prima del via dei playoff.
DALLAS MAVS 1999-2000 (12)
In una edizione dei Mavs con Steve Nash pettinato in maniera indecente, Nowitzki solo al secondo anno e Shawn Bradley (!), Rodman gioca solo 12 partite, a febbraio (vincendone 3 e perdendone 9), con un high di 21 rimbalzi.

CARRIERA PRO
Detroit Pistons (1986-1993)
San Antonio Spurs (1993-1995)
Chicago Bulls (1995-1998)
Los Angeles Lakers (1999)
Dallas Mavericks (2000)
AWARDS
5 volte campione NBA (1989, 1990, 1996, 1997, 1998)
2 volte Difensore dell'Anno NBA (1990, 1991)
2 volte All-Star (1990-1992)
7 volte Miglior Rimbalzista NBA (dal 1991-92 al 1997-98)

Nessun commento:

Posta un commento